Si fa presto a dire “sostenibilità”

Ma che cos’è questa sostenibilità di cui tutti parlano?

Il termine sostenibilità si è senz’ombra di dubbio fatto strada negli ultimi anni con una certa prepotenza. Sebbene si presti a varie interpretazioni e utilizzi, si riferisce principalmente ad una condizione di prosperità economica ed equità sociale nel quale il capitale naturale e il benessere umano, sia come singolo individuo che a livello di comunità, vengano preservati e tutelati.

Sì, ora potresti tornare a parlare normale per favore?

Certo! Di base ci si è accorti che l’essere umano, per quanto si diverta a credersi Dio, dipende enormemente dall’ambiente in cui vive per soddisfare i suoi bisogni e per sostenere uno stile di vita, che potremmo definire, comodo. Si è anche capito che per “fare impresa”, servono le persone e le risorse naturali. Senza una di queste due componenti, il rischio di non vedere crescere l’economia rimane alquanto elevato.

Insomma, quando si parla di sostenibilità si pensa ad una dimensione idilliaca (che se vogliamo potremmo anche definire a tratti utopica) nella quale il benessere garantito da un ecosistema naturale in salute e la prosperità generata da un sistema economico efficace ed efficiente, siano equamente distribuite fra tutti i cittadini, in modo da essere più felici, più sani e più in armonia con il Mondo che ci circonda.

Insomma, quisquiglie né?

I concetti alla base

All’interno di questo concetto prendono posto comodamente infatti principi come l’equità intra e intergenerazionale (un parolone per dire che ci dovrebbero esserci le stesse opportunità e risorse sia per le persone che sono nate in luoghi diversi, ma nello stesso periodo storico, che persone che sono nate in momenti successivi), l’uguaglianza e la giustizia sociale (secondo la quale dovremmo avere gli stessi diritti e doveri ed essere posti nelle stesse condizioni indipendentemente dalla propria provenienza), la rigenerazione e la tutela degli ecosistemi naturali, il rispetto per le diverse forme di vita, e diverse teorie economiche.

Infatti, sebbene a seguito di eventi globali quali il movimento giovanile “Fridays for future” e la pandemia del Covid-19, questo tema abbia subito un’improvvisa propulsione nell’interesse collettivo, non è di certo di nascita recente e tanti si sono interrogati prima di noi su come provare a teorizzarlo prima, e metterlo in pratica poi.

Lo sviluppo sostenibile

Una delle strade proposte (e badate bene non è l’unica, ma è semplicemente quella che di comune accordo abbiamo deciso di percorrere) per raggiungere questa condizione di sostenibilità che includa la popolazione globale e anche le future generazioni, è quella dello sviluppo sostenibile.

Il concetto di sviluppo sostenibile (spesso usato come sinonimo di sostenibilità, sebbene il significato dei due termini non sia perfettamente corrispondente come abbiamo appena visto) trae le sue origini nella seconda metà del secolo scorso dal dibattito economico sulla responsabilità sociale d’impresa, dalle lotte operaie, dai movimenti ecologisti e dal famoso saggio del Club di Roma “The limits to growth” (che per intenderci poi nella crescita costante promossa nell’idea di sviluppo sostenibile non è che ci creda poi tanto).  E’ solo nel 1987 però che vede una vera e propria identificazione nella definizione data nel rapporto “Our Common Future”, più conosciuto come “Rapporto Brundtland”, voluto dalla World Commission on Environment and Development (WCED), dove viene descritto come “the development that meets the needs of the present without compromising the ability of future generations to meet their own needs(Rapporto “Our Common Future” 1987).

Il rapporto Brundtland, rilevando le maggiori problematiche sociali, economiche e ambientali dell’epoca, riconosce la necessità di modificare i modelli socio-economici esistenti. Rileggendo questo documento a distanza di quasi quarant’anni, sconvolge notare come tanti dei temi che occupano oggi le agende politiche internazionali e la mente dei cittadini di tutto il mondo, fossero già stati evidenziati all’epoca: la siccità, la crisi idrica, energetica ed alimentare, l’utilizzo di suolo, la fame nel mondo, l’instabilità politica legata ai problemi ambientali, la crescita demografica, la perdita di biodiversità, l’inquinamento…

I pilastri della sostenibilità

La presa di consapevolezza dell’insostenibile pressione antropica sugli ecosistemi  (ovvero quanto inquiniamo, sfruttiamo e degradiamo la Natura) e la constatazione delle profonde disparità economiche e sociali nel Mondo (con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri) fa sì che i leader politici decidano di promuovere e incoraggiare un cambiamento rivoluzionario nei nostri modelli di sviluppo, alla ricerca di un benessere inclusivo, paritario e globale che non trascenda dall’attenzione e dalla tutela della natura. Viene formalizzata finalmente la stretta interconnessione fra la crescita economica, il benessere sociale e l’ambiente, che non devono essere interpretati come comparti distanti e antitetici, ma al contrario come tre dimensioni assolutamente interdipendenti: la crescita economica non può prescindere dalle risorse naturali e dalle condizioni in cui versa la società.

Nel rapporto Brundtland, Charles Caccia, membro del WCED, si chiede infatti. “How long can we go on and safely pretend that the environment is not the economy, is not health, is not the prerequisite to development, is not recreation?” (Rapporto “Our Common Future” 1987).

Iniziano così a prendere forma e a definirsi le tre dimensioni, dette anche i tre pilastri, della sostenibilità: quella sociale, che riguarda il benessere delle persone, quella economica, inerente allo sviluppo dei sistemi di produzione e consumo, e quella ambientale, che fa riferimento ad un utilizzo consapevole e oculato delle risorse naturali.  Questo documento, e il dibattito che ne consegue e che lo anima, gettano le basi anche per un concetto che, nato nel contesto del management aziendale, verrà poi ampiamente utilizzato in riferimento allo sviluppo sostenibile, ovvero quello del Triple Bottom Linesecondo il quale le imprese non devono solo preoccuparsi di generare profitto, ma hanno una responsabilità più ampia anche nei confronti della società e dell’ambiente nel quale operano (da cui derivano molti aspetti della Corporate Social Responsability, CSR, e dei criteri ESG).

L’impegno di tutti

Da allora i principi e la via tracciata dal rapporto Brundtland sono stati implementati attraverso la ricerca scientifica, il confronto fra gli esperti, le scelte dei Governi e sono stati delineati i confini e le clausole dello sviluppo sostenibile con un maggior grado di accuratezza ed attendibilità. Tali teorie trovano poi realizzazione all’interno delle strategie pianificate dai summit di portata internazionale (qui trovi un breve riassunto dei momenti salienti) che si sono susseguiti nel corso degli anni e che hanno contribuito a strutturare la visione dello sviluppo sostenibile e a definire le responsabilità dei vari attori di questo processo (imprese, università, governi, NGO, cittadini, etc…).

Appare evidente fin da subito, però, che la sostenibilità può essere raggiunto sola con l’impegno di tutti: anche noi cittadini abbiamo un ruolo attivo nel cambiamento. Con le nostre scelte politiche, con i nostri acquisti, con le nostre azioni quotidiane, con quello che decidiamo di insegnare o non insegnare ai nostri figli e a chi ci circonda, con il nostro ruolo nella comunità nella quale viviamo, anche noi facciamo parte del processo e, per quanto mi riguarda, sentirmi parte di una cosa così immensa è una figata pazzesca! E, come dico anche qui, una grande responsabilità. 

Related posts

Le pietre miliari dello sviluppo sostenibile

“Aggiustiamo” gli ecosistemi

Il mondo EcoTwist