In questo articolo parliamo dell’unità di misura che viene comunemente utilizzata per capire quanto il nostro stile di vita è sostenibile per la Terra: l’impronta ecologica.
Avete mai sentito parlare dell’overshoot day?
Di recente tutti i giornali hanno riportato la notizia che questa giornata, che esiste tristemente dal 1970, è arrivata davvero troppo presto per l’Italia quest’anno, e oggi vedremo perchè questo rappresenta un problema.
L’ overshoot day è infatti la data in cui la popolazione di un territorio inizia a sfruttare le risorse naturali degli ecosistemi ad un tasso superiore rispetto a quello in cui gli ecosistemi possono rigenerarle. Per intenderci è un po’ come se spendessimo molto di più di quanto guadagniamo. All’inizio non se ne accorge nessuno perché lo stipendio copre le spese. Poi arrivano le bollette, le tasse, gli imprevisti e in men che non si dica il conto va in rosso, ma noi imperterriti, invece di iniziare ad oculare le nostre uscite, usiamo la carta di credito, e ci indebitiamo sempre di più.
Il bilancio ecologico
Proprio riferendosi a questa analogia gli scienziati e i ricercatori hanno coniato il termine bilancio ecologico.
Il concetto di bilancio ecologico trova le sue fondamenta nel fatto che gli ecosistemi provvedono a fornirci tutta una serie di servizi che consentono la nostra sopravvivenza e il nostro benessere, definiti servizi ecosistemici. Pensiamo per esempio al cibo che mangiamo, all’aria che respiriamo, all’acqua che beviamo, al legno che utilizziamo per costruire le nostre case, ai combustibili fossili che bruciamo per riscaldarci e mettere in moto le nostre macchine, al cotone e al lino per vestirci… potrei chiaramente andare avanti all’infinito.
Il punto su cui voglio soffermarmi però non è quanto dipendiamo dai servizi ecosistemici (spoiler: tantissimo!), ma per quanto tempo le risorse naturali potranno continuare ad assolvere a tali compiti. Alcune risorse, come il sole, il vento, le correnti oceaniche sono potenzialmente infinite, altre come i famigerati combustibili fossili sono presenti in quantità limitate. Poi ci sono tutta una serie di risorse naturali che sebbene in numero finito, possono rigenerarsi, a patto che sussistano le condizioni necessarie per farlo.
Facciamo un esempio semplice semplice: se in passato l’uomo avesse cacciato un’intera popolazione di bisonti ( ovvero una risorsa naturale rinnovabile) prima che le femmine in età fertile avessero potuto concepire, l’anno successivo non ci sarebbero stati più animali da cacciare e noi saremmo morti di fame (a dirla tutta, in totale sincerità, non è che poi ci siamo andati così lontani… Alla fine invece di morire di fame abbiamo imparato ad allevare). Purtroppo, nel frattempo, l’espansione dei Sapiens ha contribuito a determinare l’estinzione di un numero incredibile di specie. Vi ricorda niente?
Come si misura il bilancio ecologico
La misura scientifica della produttività biologica di un’area, considerando anche la capacità di rigenerare le proprie risorse, viene definita biocapacità.
Ma cosa vuole dire esattamente?
La biocapacità indica quante risorse un territorio (compresa tanto la terra quanto le acque) è in grado di fornire e quanto lo stesso territorio è in grado di assorbire i rifiuti generati dalla popolazione che lo abita, ferme restando le tecnologie e le procedure correnti in quell’area.
Se pensiamo alla Terra come alla nostra abitazione, possiamo immaginare la biocapacità come la somma di tutte quelle variabili che ci consentono di vivere bene: quanto cibo abbiamo in dispensa e nel frigo, quanta acqua possiamo usare per cucinare, bere e lavarci, quanto riscaldamento possiamo produrre, quanto spazio abbiamo per accumulare i nostri rifiuti, e così via.
La nemesi della biocapacità è l’impronta ecologica, ovvero quante delle risorse che un territorio ci mette a disposizione consumiamo come popolazione che lo abita o nella produzione di beni e servizi.
Questa misura viene comunemente calcolata tenendo conto dello sfruttamento e della gestione del bestiame e degli stock ittici, dei campi coltivati e destinati al pascolo, dell’estensione delle foreste e infine delle terre interessate dalla costruzione e dall’urbanizzazione.
Il confronto fra la biocapacità terrestre e l’impronta ecologica della popolazione mondiale determina quindi quando il nostro conto corrente globale va in rosso.
Come è messo il nostro conto corrente ecologico
Guardate un po’ questa immagine qua.
Fonte: Global Footprint Network. https://www.footprintnetwork.org/our-work/ecological-footprint/
I Paesi rossi e rosa sono i debitori ecologici, cioè quelli che continuano a prelevare anche se hanno terminato la liquidità. Quelli verdi invece sono i creditori, i quali giocano su una biocapacità molto elevata e su un PIL ancora abbastanza basso, sebbene queste condizioni stiano già cambiando.
Appare abbastanza chiaro che non possiamo andare avanti così, altrimenti ben presto ci ritroveremo senza le risorse necessarie a soddisfare i nostri bisogni. Anche se la Terra è molto generosa e ci offre tutto quello che ci serve per vivere, dovremo diventare più intelligenti e parsimoniosi nel prelevare i nostri “soldi”.
Sostanzialmente ci stiamo comportando come le sorellastre di Cenerentola, vogliamo a tutti i costi calzare un piede troppo grande in una scarpetta troppo piccola. In mancanza della fata madrina e del suo biddidi-boddibi-bu, ci tocca ingegnarci e imparare a ridurre da subito la nostra impronta ecologica mondiale, partendo dall’impronta di ognuno di noi.
Per scoprire come farlo ti basta continuare a seguire le nostre guide. Nel frattempo, se come me hai “geni da bertuccia” e vuoi sapere la misura del tuo piede ecologico, puoi utilizzare questa calcolatrice qua.
n.d.r Questo articolo è tratto da una mini serie che ho svolto in collaborazione con la mia amica e nutrizionista Martina Ferrarini, ora emigrata per amore negli States, e che abbiamo pubblicato anche nel suo sito ferrarinutrizione.com